il viaggio per terra

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Un viaggiatore conscio sa con che mezzi viaggiare. Contraddicendo quanto detto in introduzione infatti, sebbene non sia l’abito a fare il monaco, vi garantisco che spesso il mezzo di trasporto fa il viaggio.

Al giorno d’oggi è difficile pensare a uno stereotipo di viaggio diverso da quello che inizia con la coda al gate di un aereo; alcuni antropologi descrivono il viaggio in aereo come il paradigma perfetto di quello che è un rito di passaggio, da una parte all’altra del globo, tra casa e una terra sconosciuta. Viaggio durante il quale ci è interdetto il contatto più intimo con casa nostra, tant’è vero che, appena scesi dall’aereo e riattivati i dati, la prima cosa che facciamo è scrivere ai familiari “sono arrivat*, tutto ok”.

L’aereo permette di compiere lunghi spostamenti in poco tempo, allo stesso tempo però non ci permette di vivere un altro tipo di viaggio, quello a contatto con la cultura umana, che sta per terra. I vantaggi del viaggio per terra sono diversi per chi vuole creare un vero contatto con l’ambiente di destinazione. Adoro viaggiare via terra, lo preferisco di gran lunga ai voli Ryanair che spesso mi tocca prendere per raggiungere qualche località all’esterno dell’Unione. Negli ultimi anni ho sempre cercato infatti di spostarmi il più possibile via terra, scelta che mi ha permesso di incontrare persone da tutto il mondo e di vedere cose che altrimenti non avrei mai visto. 

Un episodio senz’altro degno di nota che ho da raccontarvi è il viaggio che feci nel 2018 in Marocco, in particolare vi parlo dello spostamento tra Tangeri, situata sullo stretto di Gibilterra, e Chefchauen, la famosa città blu, incastonata nelle montagne marocchine del Rif. Ebbene quella mattina di luglio arrivammo verso le 10 del mattino alla stazione dei bus di Tangeri. Lì per lì dovemmo scegliere su che bus caricarci per raggiungere Chauen, non ci mettemmo molto a scegliere quello più cheap e con meno turisti. Sebbene infatti vi fossero compagnie molto ben curate e distinte, con bagagliaio e aria condizionata, ci caricammo invece su di un bus arabo, sgangherato e puzzolente di fumo. Fu una scelta azzeccata, spendemmo la metà di un bus turistico e vivemmo un’esperienza unica e vera:

“Come già mi aveva anticipato un amico, le stazioni dei bus nel terzo mondo sembrano dei mercati del pesce più che delle stazioni. Diversi bus di compagnie sia dal nome occidentale che non, erano parcheggiati in questo sterminato piazzale dell’aria pesante e secca. Degli strilloni annunciavano le destinazioni dei bus. Scansiamo tutte le compagnie turistiche e ci affidiamo invece a una compagnia con un nome arabo e illeggibile. Paghiamo 50 DHM e saliamo sul bus. È scassato e rumoroso. Non funziona il condizionamento e siamo gli unici occidentali. Che figata pensiamo subito, abbiamo preso il bus giusto.

[…]

Insomma, siamo felici della nostra scelta hipster di prendere un bus pieno di autoctoni. Lo siamo ancor di più quando, prima della partenza, iniziano a salire sul bus dei venditori ambulanti di ciansfrusaglie quali fazzoletti, creme strane, medicine, cuffie, cuscini e altra oggettistica dall’aspetto polveroso. Rimaniamo però ancora più sorpresi quando questi venditori si prodigano nel pubblicizzare i propri prodotti in arabo. Noi non esistevamo, la vendita era diretta ai marocchini soltanto e non a noi turisti. La cosa faceva molto strano a noi pseudo-scienziati sociali che dal primo secondo in Marocco eravamo stati presi d’assalto da locali come fossimo bancomat ambulanti.

Partiamo così alla volta di Chauen. Durante la prima mezz’ora inizio a sentire un forte buco allo stomaco a causa del caffè bevuto prima della partenza. Per fortuna, una volta arrivati nella città di Tetuan, sale sul bus un venditore di dolciumi: correva avanti e indietro per il bus con un vassoione placcato in argento strillando come un forsennato, sopra la placca argentata montagne di dolci marocchini, a metà tra i biscotti e le briosche, ripieni di succulenta marmellata di non so quale frutto. Gli faccio segno che ne voglio 3. Me li porge e mi chiede 5 DHM in cambio, ovvero 50 cent di Euro. Rimango esterrefatto dal prezzo e insisto per dargli invece 10 DHM, ovvero la modica cifra di 1 Euro. La sua bocca diventa allora una cascata fragorosa di shrokan e quasi mi bacia la guancia. Mi ingozzo di quei dolci spettacolari e il bus riparte alla volta di Chauen.”

La scelta di quel bus fu senz’altro un toccasana per il nostro viaggio: economica, semplice e vera. Può sembrare una stupidaggine, ma vedere quella scena di marketing sul bus e comprare quei dolci furono per noi delle esperienze significative che ci insegnarono molto sul Marocco. Per la prima volta da che eravamo sbarcati nel continente africano non ci sentivamo turisti, ma piuttosto viaggiatori.  

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