Una guida per viaggiare

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Viaggiare disinformati non è proprio il massimo della vita. Ovunque andrete troverete la necessità di dovervi informare riguardo al luogo che si visita anche per le questioni più trivial: dall’ostello in cui passare la notte alle Things to do per riempire la giornata.

Questo tipo di informazioni, almeno quelle più contingenti, sono semplici da trovare sul web. Ci sono intere masse di viaggiatori che riescono a cavarsela utilizzando app semplicissime come TripAdvisor o altri blog online. Da internet è infatti possibile ricavare tutte le informazioni necessarie per il vostro viaggio, non è difficile incontrare turisti americani e asiatici che come unica fonte di informazione hanno il loro browser su iphone.

Il ventunesimo secolo ci permette insomma di viaggiare con nulla di più che il nostro smartphone in tasca, ma siamo sicuri sia abbastanza fare un salto su trip advisor per comprendere quanto basta la nostra terra di destinazione? La risposta per quel che mi riguarda è senz’altro un secco no.

Da che ho iniziato a viaggiare mi sono sempre dotato di una guida turistica delle edizioni più trainanti. Le guide turistiche mi hanno sempre permesso non solo di ritrovare un sacco di informazioni, ma anche di creare un quadro generico sul cosa aspettarmi da una destinazione piuttosto che un’altra. Per comprendere una cultura non è sufficiente compilarsi una lista di spot da visitare ed esplorare, ma è piuttosto necessario un pochino di studium della stessa, oltre che a una esposizione strutturata delle informazioni.  

La guida turistica non è neppure da sottovalutare come strumento di socializzazione, più volte ho incontrato viaggiatori disperati che mi chiedevano di dare una sfogliata alla mia Lonely Planet, a quanto pare i loro iphone erano scarichi.

“stavamo così infine lasciando anche Chefchauen. Il solito bus arabo sgangherato dalle scritte verdi ci tira su e per pochi DHM, continua il nostro viaggio alla volta della città di Meknes, a 6 ore di distanza da Chauen. Il viaggio è un po’ una tortura, il bus è pieno, molti bambini piangono e vomitano in bus, il controllore sembra bisticciare spesso con alcuni viaggiatori che non riescono a stare seduti al proprio posto. 6 ore passano lente e scomode, per fortuna riesco ad addormentarmi un paio di ore grazie al cuscino da viaggio.

Risvegliatomi a un’ora dalla destinazione noto che il bus è ormai vuoto, non rimane nessuno se non noi e un ragazzo coreano dal fisico molto robusto, rintanato negli ultimi posti in fondo del bus. Ci mettiamo a sfogliare la lonely planet per cercare un posto dove andare a dormire, erano ormai le 19 di sera e non è consigliabile passare la notte per strada in Marocco. Il ragazzo coreano ci sente pronunciare la parola “hotel” e subito si risveglia dal coma profondo, si approccia e ci chiede in inglese se conosciamo un posto dove andare a dormire: ha rotto il cavo dell’iphone, non ha modo di ricaricarlo, non sa dove sta andando né dove può trovare un letto per la notte.

Il ragazzo si chiamava Juan, originario della Corea del Sud ma cresciuto in Virginia, viaggiava molto a caso per i nostri standard italiani da magliettina della salute. Fu contentissimo quando gli offrimmo di dare una sfogliata alla nostra guida che, per divina provvidenza, avevo comprato in inglese (costa di meno che non quella in italiano). Spese diverse parole per elogiare la guida, in un’ora di bus si organizzò tutto il restante viaggio per le terre marocchine: “man, this stuff is really better than Trip Advisor, I should buy this book too”. Proseguimmo per due giorni con lui, mangiammo assieme del Tajimi nella piazza centrale di Meknes e ci salutammo la mattina del terzo giorno fuori dall’hotel Moroc. Non lo rivedemmo mai più né ci scambiammo i contatti social”

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